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Luca Scarabelli – Memoriam repetere
A cura di Andrea Lacarpia

Inaugurazione: venerdì 18 novembre ore 18.30

Apertura mostra: dal 18 novembre al 16 dicembre 2016

Luogo: DIMORA ARTICA, via Matteo Maria Boiardo 11 – Milano (MM1 Turro)

Dimora Artica presenta Memoriam Repetere, mostra in cui Luca Scarabelli mette in scena il proprio percorso artistico mettendo in crisi la linea  temporale che, resa diacronica, conduce in un tempo senza coordinate certe.
La mostra è inserita all’interno della collaborazione tra Dimora Artica e Galleria Arrivada, in una sinergia che nasce dalla stima e dal comune impegno nella promozione dell'arte contemporanea.


La crisi della modernità ha coinciso con la fine delle grandi narrazioni metafisiche (illuminismo, idealismo e marxismo) che alimentavano l’illusione di vivere un tempo lineare in cui il costante progredire del sapere e della tecnica portava una sempre maggiore emancipazione dalle maglie della tradizione.
Con la fine delle ideologie, la percezione del tempo è passata dalla concezione storica, propria della modernità e delle religioni monoteiste, all’eterno ritorno delle società antiche. Attualmente, le tracce del passato non sono più un fardello da escludere, ma sono viva materia che può essere impiegata per costruire nuove narrazioni, nuovi miti. Esaurite le certezze, è costante la necessità di cercare nuovi equilibri nel fluido mare della contemporaneità.
Nelle opere di Luca Scarabelli la volontà narrativa, il voler dire qualcosa accostando oggetti ed immagini, è trasformata in lirica, che nella composizione di elementi minimi in dialogo tra loro trasmette una suggestione più che un messaggio preciso. Come nella poesia, in cui l’efficacia è data dal ritmo delle parole, dal vuoto tra un termine e l’altro, nella ricerca di Scarabelli è proprio il vuoto ad essere protagonista, spazio aperto che apre alle infinite possibilità semantiche risultanti dalle associazioni tra i segni che lo abitano e dalla loro risonanza simbolica.
La realtà, fatta di oggetti ordinari e straordinari, viene descritta in modo da renderne l’essenza germinale, un continuo grado zero in cui tutto può accadere. Intorno alle opere di Scarabelli l’atmosfera è in tensione, come in un film che genera suspence fino alla fine per poi rivelarci che il vero senso del film è la suspence stessa.
L’approccio di Scarabelli può essere sintetizzato nel concetto di stillstand, ripreso da Walter Benjamin, che traduce l’idea della soglia tra l’immobilità e il movimento, o il movimento colto nell’atto del suo arresto: una combinazione di pausa e tensione.

Equilibri precari che devono ricalibrarsi continuamente per reagire a nuove condizioni, ed in cui la contiguità delle forme crea sottili relazioni, dialoghi tra immagini che creano fragili storie.
Per Dimora Artica, Luca Scarabelli mette in scena il proprio percorso artistico mettendo in crisi la linea  temporale che, resa diacronica, conduce in un tempo senza coordinate certe.
Nell’allestimento Scarabelli unisce in un’inedita relazione quella che considera la prima opera, realizzata nel 1987, con l’ultima, realizzata nel 2016 e mai mostrata. Ad esse si aggiunge un’opera del 2006 nella quale era stata rivisitata un’opera del 1996.
L’opera del 1987 è un dipinto dalle tonalità cupe, composto con i grigi e i neri che saranno una costante anche in molte opere successive. I dipinti di quel periodo, sostanzialmente astratti, nascevano dalla calibrazione del peso della luce che, come un’epifania, si sviluppava all’interno di un contesto ambientale specifico.
La fotografia del 2006 è parte di una serie chiamata Esercizi di conversazione, in cui alcune opere precedenti sono state ricollocate sotto una luce diversa. In questo caso l’installazione del 1996 Fallen color field, in cui gruppi di presine dal formato standard erano disposte regolarmente sul pavimento come astrazioni pittoriche ribaltate in senso orizzontale, è ricomposta in un accumulo che contraddice la disposizione corretta e la sua organizzazione originaria, fotografata in un interno dallo spirito decadente come una natura morta in una villa seicentesca.
L’opera inedita, intitolata Gli anni profondi, è costituita da una scatola di cartone di recupero contenente paillettes colorate che, accumulate e sovrapposte in modo disordinato, riportano ad un’idea di provvisorietà. La concavità della scatola contiene la luce riflessa dalle paillettes come un misterioso tesoro, una costellazione dinamica che con un gesto minimo ci rimanda ad un altrove immaginifico in cui il tempo si dissolve nell’eterno accadere, dinamico ed insieme immobile.