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“PRAXIS”
A cura di Dimora Artica in collaborazione con The Others
Testi di Pietro Gaglianò e Andrea Lacarpia

Artisti: Giuseppe Buffoli, Mirko Canesi, Daniele Carpi, Stefano Cumia, Francesca Ferreri, Mario Scudeletti, Stefano Serusi, Marcello Tedesco, Marco Useli

Inaugurazione: giovedì 14 maggio 2015 ore 18.30

Apertura mostra: dal 14 maggio al 30 maggio 2015

Orari di apertura: giovedì – venerdì – sabato dalle 16.00 alle 19.00

Luogo: Officina Spazio 500, via Cesare Lombroso 15 – Torino

Dopo Der Waldgang, progetto vincitore del premio progetto curatoriale all'interno di The Others 2014, Dimora Artica torna a Torino con la mostra Praxis, organizzata in collaborazione con The Others e allestita presso Spazio 500, spazio espositivo ricavato in un'ex officina nel quartiere San Salvario.

Se la cella a The Others era dedicata all'ambiente boschivo come rappresentazione del luogo interiore nel quale ritrovare le energie primigenie in una condizione di ricettività, presso Spazio 500 Dimora Artica presenta una mostra sulla praxis, vista come attività dell'uomo che trasforma le energie selvagge modulandole attraverso il linguaggio. Il dialogo tra gli interventi artistici e lo spazio dell'ex officina, che conserva gran parte degli arredi e un'automobile Fiat 500 del 1968, andrà a formare un ambiente nel quale sondare il rapporto tra l'uomo e l'attività lavorativa.

Gli artisti invitati partecipano al progetto con un'opera e rispondendo alla seguente domanda, allegata al testo introduttivo distribuito in una pubblicazione autoprodotta: Consapevoli della narrazione modernista, della sua fase ascendente e del suo declino, ma anche del suo legame con la tradizione della civiltà occidentale che in Grecia ha la sua infanzia, le arti possono tornare ad avere un ruolo attivo nel progettare l'architettura della società, tornando a solcare il cammino dell'emancipazione dell'uomo dal dominio della necessità?

LA CONTINUITA' DELLA PRAXIS  di Andrea Lacarpia

La prassi è elemento fondante di gran parte del pensiero filosofico e politico del Novecento, secolo contraddistinto dal costante confronto tra dogmi tradizionali e spinte emancipative, spesso risolto in profonde trasformazioni e rivoluzioni.

Già nelle Tesi su Feuerbach del 1845, Karl Marx rinnova la funzione della filosofia, che da interpretazione del mondo fenomenico si fa forza che agisce nella realtà, trasformandola. La dialettica soggetto – oggetto dell'idealismo hegeliano con Marx approda ad una filosofia della prassi nella quale l'agire umano diviene protagonista di una realtà in continua trasformazione. Il mondo oggettivo esce dal determinismo delle passate tradizioni per venire identificato nella prassi umana che agisce nel divenire del processo storico. In Italia, l'immanenza della filosofia di Marx verrà diversamente metabolizzata da Giovanni Gentile e Antonio Gramsci, entrambi impegnati sul fronte politico come in quello filosofico. Al materialismo di Marx, Gentile risponde con l'attualismo che vede nel pensiero creatore, come atto puro o pensiero pensante, il fondamento trascendentale della realtà oggettiva, mentre Gramsci perviene ad una filosofia insieme idealista e materialista, fondata sul rapporto organico tra teoria e prassi, quindi sulla cooperazione tra intellettuali e popolo uniti nella praxis come attività etica.

Nella seconda metà del Novecento, la fiducia nella volontà costruttiva comincia la propria fase discendente: dall'aspirazione ad un mondo organizzato razionalmente, il pensiero occidentale si sposterà nel versante della liberazione degli istinti repressi, promuovendo l'immaginazione quale forza slegata dalle imposizioni economiche e sociali che meccanicamente riducono l'uomo a produttore e consumatore di merci. La sfiducia nei confronti dell'azione sociale come mezzo per costruire un futuro migliore, farà prevalere l'isolamento individuale fino alla frammentazione postmoderna, quindi alla fine e destrutturazione della narrazione modernista, che ora si annoda su se stessa intrecciandosi alle altre grandi narrazioni del passato, svuotate dal senso originario, andando a cristallizare una condizione di non trasformabilità dell'esistente.


In modo similare al pensiero filosofico, nel Novecento anche l'arte si fa politica, rinunciando alla trascrizione della realtà fenomenica già esistente, per concorrere invece alla costruzione di una realtà futura. Partendo dalle avanguardie storiche, l'arte si fa organica al cammino della storia modernista, fino al corto circuito della fase postmoderna, in cui prevale il gioco e il nonsense di un eterno rimescolamento del passato in un presente privo di ogni coagulante ideale. Anche negli anni che inaugurano il nuovo millennio, le esperienze avanguaristiche e la tradizione precedente vengono citate con un atteggiamento distaccato, ludico e malinconico, mentre ogni tentativo di emancipazione etica della prassi artistica viene rigettata o inglobata nel mercato del liberismo economico, di cui il mercato dell'arte è conferma e nobilitazione intellettuale. L'impossibilità di ridisegnare il mondo rende l'arte inerme specchio di una società senza forma.


Consapevoli della narrazione modernista, della sua fase ascendente e del suo declino, ma anche del suo legame con la tradizione della civiltà occidentale che in Grecia ha la sua infanzia, le arti possono tornare ad avere un ruolo attivo nel progettare l'architettura della società, tornando a solcare il cammino dell'emancipazione dell'uomo dal dominio della necessità?