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Nicolò Bruno - “Philos”
a cura di Andrea Lacarpia

Dal 20 novembre al 12 dicembre 2015

DIMORA ARTICA, via Matteo Maria Boiardo 11 – Milano (MM1 Turro)


Alla base delle attività umane c'è la libido, la forza vitale che la psicologia junghiana indica come forza psichica essenziale, dalla valenza non solo puramente sessuale, che nel suo manifestarsi produce una trasformazione spirituale.
Se nel mondo animale la libido resta fuzionale all'appagamento dei bisogni primari, nell'uomo essa viene in gran parte trasposta e reinvestita nelle forme simboliche che vanno a costituire la società civile, differenziata dalla natura selvatica. La sublimazione del desiderio dà vita alle ritualità religiose e civili, forme simboliche che uniscono gli individui in comunità solidali. Lo spostamento dell'energia pulsionale svolge una funzione contenitiva nei confronti degli istinti non adatti alla convivenza civile, ma nello stesso tempo può degenerare in vuote prescrizioni che separano il simbolo dalla sua origine libidica. La ripetizione delle forme culturali cristallizzate nei secoli è solo vuota retorica della tradizione quando si disgiunge dall'energia vitale della matrice originaria che la mitologia greca sintetizzava nella figura di Pan, misterioso dio della selva che tutto contiene.

Nella storica problematicità del rapporto con l'impulso omosessuale si può leggere come la trasformazione della libido possa decadere in negazione e quindi allontanamento dalla tradizione.
Nell'antica Grecia, spazio-tempo reale ma anche idealizzato luogo interiore della civiltà occidentale in cui ogni pulsione è metabolizzata senza negazioni o contrasti, l'omoerotismo e i rapporti affettivi tra uomini, presenti in diversi episodi mitologici, facevano anche parte della normale vita civile. Nella concezione greca, l'amicizia maschile perfezionata dall'amore poteva avere una valenza educativa, come nel rapporto tra filosofo e discepolo descritto nel Simposio di Platone, ma anche potenziare la solidarietà tra soldati accentuandone l'eroismo militare. L'invincibilità del leggendario Battaglione Sacro, corpo scelto dell'esercito tebano che rimase imbattuto per più di trent'anni, formato interamente da coppie di soldati dello stesso sesso, va a confermare come l'affettività tra uomini non contrasti con il coraggio virile che nelle battaglie ha il suo teatro.
Arrivando alla storia più recente, l'archetipo degli amanti soldati emerge anche nello svolgimento della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale i legami affettivi tra i componenti delle truppe potevano essere incoraggiati dai comandanti per meglio superare gli orrori della guerra. Un cameratismo che nelle pause dalla violenza delle battaglie cercava svago e sostegno reciproco, come documentato negli scatti fotografici provenienti da diversi luoghi e raccolti da Michael Stokes in My Buddy, pubblicazione Taschen che Nicolò Bruno ha utilizzato come fonte iconografica per una serie di opere pittoriche in cui esprime la felice vitalità della condivisione fraterna, esaltata per contrasto dalla vicinanza con il mondo della guerra e la paura di morire.

Per la mostra di Nicolò Bruno Dimora Artica diviene metafora di un ambiente protetto dalle battaglie che si svolgono al di fuori di esso, un rifugio in cui l'affetto e la complicità scherzosa delle figure di giovani soldati sorridenti, spesso nudi e vulnerabili, stridono con la ferocia della guerra che li aspetta al varco.
Come fossero delle foto ricordo, sulle pareti sono disposti piccoli dipinti con coppie che si abbracciano e si curano a vicenda, spesso in dialogo con lussureggianti ambientazioni naturali, il tutto descritto con la gamma cromatica ridotta all'essenziale, severa e nello stesso tempo sensuale, che è la tipica cifra stilistica della pittura di Nicolò Bruno. La plasticità dei corpi è resa con pochi ed incisivi segni che, pur prendendo spunto da materiale iconografico personale o d'archivio, divengono indipendenti da esso passando dalla rappresentazione dell'immagine alla pittura come esperienza che nel suo manifestarsi unisce passato e presente, finzione e vita reale. La luce netta e i colori saturi e brillanti di questi piccoli dipinti suggeriscono un vivace paradiso di agile e festosa vitalità giovanile, alla quale fa da contrappunto l'atmosfera misteriosa che circonda l'opera principale, un dipinto di grandi dimensioni che presenta la figura di un ragazzo dormiente adagiato a terra. Nella sua ambiguità tra soldato che riposa o caduto in battaglia, tra autoritratto o ritratto del fidanzato dell'artista, la figura distesa rappresenta la fusione tra esterno ed interno, luogo protetto e trincea, mondo interiore ed esteriore. In questa dimensione il confronto e la lotta tra l'io e il mondo esterno si dissolve, l'artista si unisce al proprio oggetto del desiderio, trasposto in una dimensione atemporale, e la coppia diviene unità trascendente.

Andrea Lacarpia