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HYBRIS - La dismisura come pratica di comunicazione
a cura di Andrea Lacarpia

Enrica Berselli, Silvia Forese, Elena Monzo

Officine dell'Immagine - Milano
dal 6 Marzo al 12 Aprile 2014



Officine dell'Immagine, galleria impegnata nella promozione dell'arte contemporanea internazionale, dopo la mostra personale dell'artista iraniana Gohar Dashti torna ad accogliere nel proprio spazio espositivo le nuove tendenze dell'arte italiana con la mostra intitolata "Hýbris, la dismisura come pratica di comunicazione".
La mostra, curata da Andrea Lacarpia e corredata da un catalogo Vanilla Edizioni, alterna toni drammatici a note più ludiche, unendo una selezione di opere recenti di tre giovani artiste italiane: Enrica Berselli (Modena 1984), Silvia Forese (Verona 1984) ed Elena Monzo (Brescia 1981). Seppur formalmente differenti, le opere delle tre artiste dialogano in un unico progetto ad indicare diverse interpretazioni e gradazioni dell'odierna cultura dell'eccesso, con il fine di esplorare le peculiarità semantiche dell’esuberanza visiva nella vita contemporanea.
La dismisura, attualmente elevata a prassi dai meccanismi dell’economia globalizzata, nel mondo greco era identificata nella hýbris, concetto che indica la tracotanza dell’uomo contrapposta al senso della misura voluto dagli dei per proteggere la stabilità del cosmo: una tensione tra ordine e caos che, espressa nella tragedia greca come in molte attuali espressioni artistiche, mantiene in ogni epoca i medesimi fini catartici.



Il percorso si apre con le opere di Elena Monzo, tecniche miste su carta, principalmente di grandi dimensioni, sulle quali campeggiano eccentriche figure femminili, rese grottesche dalla necessità di conformarsi ai modelli estetici della cultura di massa. La compulsiva aspirazione ad un'aliena bellezza che deforma i corpi e le espressioni, viene tradotta dall'artista in figure aggressive e spigolose, impegnate in complesse contorsioni ed inserite in un caleidoscopio di linee e colori squillanti. I materiali utilizzati da Elena Monzo sono molteplici, con una predilezione per le superfici riflettenti e iridescenti associate ad un disegno dai tratti taglienti e caricaturali e nello stesso tempo sottili e diafani come nel gusto orientale. Alle opere bidimensionali l’artista associa oggetti e materiali che invadono lo spazio creando uno straniamento percettivo finalizzato all’evasione dalla realtà quotidiana, reazione alle norme borghesi come nelle espressioni del pop camp e della psichedelia. La “cultura bassa”, provieniente dalla strada e dai luoghi di svago, viene manipolata dall’artista per trarne spunti di riflessione sulla vita in una postmodernità dominata dalla costante insoddisfazione di un piacere inafferrabile ed innaturale. Le figure delineate dall’artista comunicano un erotismo spinto all’eccesso fino a divenire respingente, macabro e stregonesco. 

La seconda sala dello spazio espositivo ospita le opere di Silvia Forese, un’affollata composizione di piccoli dipinti su cartoncino che presentano ognuno un oggetto d’uso comune, specchio delle contraddizioni della società contemporanea tesa tra molteplicità e omologazione. I soggetti sono tratteggiati con grafica essenzialità come fossero oggetti senza peso, svuotati dalla propria materialità per assurgere allo status di pura immagine, definita con i colori saturi e sgargianti tipici della comunicazione pubblicitaria. Una levità, quella dei piccoli dipinti, che l’artista mantiene anche nelle opere di grande formato, dipinti su tela, nei quali i soggetti assumono una connotazione ancor più iconica per via della dimensione, sorta di lettere di un attuale alfabeto nel quale, nel bene e nel male, tutto il mondo occidentalizzato si può riconoscere. Oltre alle opere permanenti, Silvia Forese spesso interviene negli spazi con essenziali disegni composti da nastro adesivo colorato, disposto sulle pareti degli spazi espositivi, come di diversi luoghi pubblici urbani, formando le siluette di oggetti e presenze umane, ridotti ai minimi termini e svuotati dalla loro concretezza per divenire impalpabili tracce del problematico rapporto tra presenza e assenza che caratterizza la società dell’immagine, in particolare negli asettici “nonluoghi” metropolitani.

La penombra del piano sotterraneo della galleria invita alla riflessione con le opere di Enrica Berselli, dalla severa gamma cromatica variante dal bianco e nero dei disegni inchiostro su carta ai toni bruni e metallici dei dipinti olio su tela. Partendo dalla necessità di riattivare la concretezza del corpo e il suo legame con l’ambiente esterno, dal quale è sempre più isolato da una società alienata dove tutto è ridotto a merce, Enrica Berselli illustra tentativi d’attualizzazione della ritualità propria degli antichi misteri, nei quali l’artista fa convergere citazioni dall’ambito medico-scientifico come da quello magico-mitologico, in una sorprendente sintesi di sensualità delle forme, perizia calligrafica e profondità di significato. Nei dipinti sono fissati emblematici attimi di rituali privati, nei quali l’artista s’immerge in elementi naturali o artificiali, ottenendo un isolamento sensoriale tale da riportare il corpo al suo stato prettamente organico. Nei disegni compare lo stesso mondo vitale, ma tradotto attraverso audaci e sensuali ibridazioni, le quali uniscono insieme figure femminili, dettagli d’anatomia interna, richiami alla mitologia classica ed elementi che riportano all’isteria contemporanea. L’artista delinea un territorio fantastico prossimo all’inconscio collettivo, nel quale ritrovare insieme i desideri e le nevrosi che legano insieme l’antico, il presente e il futuro. Il corpo diviene così luogo d’incontro del macrocosmo con il microcosmo, spazio nel quale la prevaricazione dell’uomo ha insieme il suo esprimersi fisico e il suo limite metafisico.