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FRENHOFER
a cura di Andrea Lacarpia

DANIELE CARPI, JACOPO CASADEI, FRANCESCA FERRERI, FIORELLA FONTANA, PATRIZIA EMMA SCIALPI, MARIA LUCREZIA SCHIAVARELLI, MARCELLO TEDESCO

dal 13 febbraio al 12 aprile 2014

L’abisso interpretativo che spesso s’interpone tra l’artista d’avanguardia e il pubblico, viene precocemente raccontato da Honoré de Balzac nel romanzo “Il capolavoro sconosciuto”¹. In esso l’autore descrive l’incomunicabilità sperimentata dal pittore Frenhofer, che lavora in segreto per sedici anni ad un nudo di donna che considera il suo capolavoro, ma che non verrà mai riconosciuto come tale. Volendo in esso superare la rappresentazione delle apparenze, l’artista assembla una corposa massa di pennellate, talmente confuse da rendere irriconoscibile il soggetto dell’opera. Non comprendendone la genesi, il primo osservatore descrive così il capolavoro del maestro: “Io qui vedo soltanto dei colori confusamente ammassati, e delimitati da una moltitudine di linee bizzarre che formano una muraglia di pittura”¹. La necessità di creare la vita attraverso segni indipendenti dalla rappresentazione e dall’allegoria, diventando “corpi tra i corpi” e non mera copia dell’esistente, è ciò che anima Frenhofer, ma la sua “ricerca di un significato assoluto ha divorato ogni significato per lasciar sopravvivere soltanto dei segni, delle forme prive di senso”².
Il fallimento non annulla lo spirito rivoluzionario di Frenhofer, definito da Agamben “tipo perfetto del Terrorista”, citando la distinzione che Jean Paulhan fa degli scrittori tra “Retori, che dissolvono tutto il significato nella forma e fanno di questa la legge unica della letteratura”, e “Terroristi, che rifiutano di piegarsi a questa legge e perseguono il sogno opposto di un linguaggio che non sia più che senso, di un pensiero nella cui fiamma il segno si consumi interamente mettendo lo scrittore di fronte all’Assoluto”³. Un Assoluto che gli artisti oggi tornano ad essere liberi di individuare nella rappresentazione dell’uomo e del mondo organico come nell’informale e nelle pure geometrie, superando l’aspetto nichilista del “Retore” e del “Terrorista” e trasformando i tormenti di Frenhofer in nuova sintesi di segno e significato, nella quale anche il pubblico può tornare a riconoscersi.



La mostra collettiva Frenhofer è una piccola ricognizione sull’ibridazione astratto – figurativa nell’arte degli ultimi anni. Pur nell’utilizzo di diversi materiali, i sette giovani artisti selezionati sono accomunati dalla necessità di rappresentare la vita, intesa in senso organico, materiale e trascendente, senza limitarsi ad imitarne l’epidermide ma penetrando nei suoi aspetti più strutturali. Come per Frenhofer, protagonista del romanzo di Balzac “Il capolavoro sconosciuto”, è la palpitante vitalità del corpo ad essere sia il soggetto che l’agognato fine della creazione artistica. Nella scultura “Ottagono di carne” Marcello Tedesco incide un ottagono nel marmo, alludendo ad una carne viva incorporata nel linguaggio: pur nell’alterazione di precedenti strutture narrative, la nuova storia genera nuovi corpi. Nel corpus di opere della serie “Golden Age” l’artista sviluppa una realtà parallela generata da una matrice ottagonale, nella quale l’elemento femminile è l’unico ad essere preso in considerazione.
Partendo dal sentimento di nostalgia per luoghi lontani e famigliari, Patrizia Emma Scialpi riflette sul rapporto del corpo con l’ambiente circostante. Nelle opere della serie “Love and loss” l’artista utilizza scatti fotografici sui quali interviene pittoricamente annullando la fisionomia del soggetto. All’identità della figura si sostituisce un corpo in continuità con il paesaggio, del quale costituisce parte integrante.
Il rapporto dell’uomo con i luoghi da esso vissuti interessa anche Daniele Carpi, per il quale la vita è connessa e trasformata dall’ambiente con cui si relaziona. La testa, soggetto privilegiato dall’artista, è un vaso trasfigurato da ciò che contiene come da ciò che gli è esterno: l’interiorità si contamina con gli schemi sociali e naturali determinando bizzarre congregazioni geologiche che si stagliano su fondi neutri.
Forme tra l’organico e il geologico compaiono anche nelle opere di Fiorella Fontana, nelle quali l’artista associa il fluire della vita organica alla spontaneità del flusso dei pensieri. Il microcosmo si rapporta al macrocosmo in un dialogo continuo nel quale ogni segno particolare si rapporta al tutto in senso unitario.
La percezione della realtà come flusso emerge anche nelle opere di Francesca Ferreri. L’artista, influenzata dalle nuove scoperte nell’ambito delle neuroscienze, ingloba nelle proprie sculture diversi oggetti d’uso comune, riuniti in forme vagamente organiche che riportano alla percezione del vuoto come sistema di relazioni. Attraverso la materia solida, lo spazio diviene una presenza tangibile, riportando alle associazioni mentali rivelate dall’attività onirica.
Il vuoto, visto nella sua consistenza materiale, è presente anche nelle opere di Jacopo Casadei. Attraverso sovrapposizioni di vibranti segni e colori, l’artista delinea masse movimentate e indefinite che mantengono un’eco figurativa grazie ad impalpabili accenni ad un mondo organico che l’artista suggerisce con la vitalità gestuale del segno.
I movimenti del corpo, espressi da Casadei in una morbida e curvilinea pittoricità, sono invece trascritti con lineari forme geometriche da Maria Lucrezia Schiavarelli. Nel progetto “Ta tan” l’artista ha collaborato con una danzatrice, riflettendo con essa sulla percezione del movimento come forme astratte nello spazio. I movimenti della danza sono stati interpretati dall’artista attraverso proiezioni di linee e forme dalla singolare levità, soggettive interpretazioni successivamente utilizzate dalla danzatrice come traccia per un’ulteriore danza, aprendo la strada ad un gioco di specchi potenzialmente infinito.

Andrea Lacarpia



¹ H. de Balzac, “Il capolavoro sconosciuto”

² Giorgio Agamben, “L’uomo senza contenuto”

³ Jean Paulhan, “I fiori di Tarbes, ovvero Il terrore nelle lettere”