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PIETRO DI LECCE - DE SIDERA
a cura di Andrea Lacarpia

10 Gennaio - 1 Febbraio2014

DIMORA ARTICA Milano

Con l’avvento della modernità, una delle maggiori differenze nell'interpretazione del mondo consiste nell’alterata percezione del tempo: alla concezione ciclica, tramandata dall’antica mitologia e concretamente espressa dai ritmi della natura, si è sostituita con forza una visione del tempo come flusso lineare, infinito e senza meta conclusiva. Se nelle religioni monoteiste il tempo è già lineare, ma subordinato alla divinità che ne segna l’inizio e la fine, con la modernità si abbandona ogni metafisica nozione del limite per abbracciare un senso indefinito e illimitato dell’esistenza. La visione dell’uomo come artefice di un infinito incremento sociale ed economico si radicalizza con il pensiero illuminista, il quale vede in esso la stessa natura umana. Si è andata così a formare un’ideologia del progresso che, sostituendo la precedente visione del mondo basata sulla costante ciclicità, si è imposta prima nel pensiero, poi nella politica ed infine nell’economia, influenzando sempre più la vita dell’uomo. Se nel Novecento la politica era ancora garante della coesione sociale, negli ultimi anni essa è stata scavalcata dall’economia, causando la frustrazione dell’uomo costretto a una continua performance quantitativa nella produzione di una ricchezza illusoria, sempre in balia delle turbolenze del mercato globale. Come una peste contemporanea, la permanenza della crisi economica e del debito pubblico stringe in una morsa punitiva le nazioni che ne sono colpite, alle quali è tolta la possibilità di gareggiare in un alienato mercato globale, imposto senza alternative da un potere senza volto. Il senso d’immobilità dell’economia in crisi viene utilizzato come strumento di potere da parte della stessa economia, la quale sottomette al proprio giogo la potente e indefinita massa di timori e aspirazioni che risiede nel piano emotivo, indebolendo così la maggiore forza motrice dell’essere umano, lontana dalle più alte aspirazioni perché fatalmente impegnata nelle preoccupazioni quotidiane.
La visione negativa del futuro, propria delle persone che oggi vivono la delicata fase storica di egemonia dei meccanismi economici sulla politica, è per Pietro Di Lecce il pretesto per attuare un’indagine sul funzionamento delle invisibili energie emotive che, sottostanti al pensiero razionale, determinano la vita dell’uomo e della società. Mediante amatoriali ed estemporanee videoriprese, l’artista ha intervistato amici e parenti senza preavviso, calibrando domande dalle più generiche a quelle più personali, con il fine di ottenere una descrizione spontanea delle aspirazioni e preoccupazioni che vanno a formare il loro “paesaggio emotivo”. Il rapporto affettivo che intercorre tra l’artista e gli intervistati determina impreviste tensioni emotive, rivelate dalle diverse espressioni. Emerge un notevole contrasto tra i desideri entusiastici che resistono nell’interiorità degli intervistati e le paure dovute ad un ambiente sempre più ostile. Alcuni frame, tratti dalle video-interviste e stampati su carta fotografica, vanno a formare colonne di diversi volti sovrapposti che, come fotogrammi di un film collettivo, comunicano problematiche comuni che travalicano le differenze individuali. In ogni stampa il volto del soggetto sembra dissolversi in romantiche costellazioni dai colori sgargianti, alle quali si unisce formando enigmatiche mappe. Le stelle compaiono in quasi tutte le opere della mostra, alludendo ai desideri ad esse affidati per essere custoditi dagli spazi cosmici. Come suggerisce una possibile interpretazione dell'etimologia della parola desiderio (dal latino “desiderium”, composto da "de-sidera" = mancanza di stelle), il buio risveglia l'aspirazione verso la luce perduta, e la speranza in un rinnovamento sociale si riaccende nei momenti più cupi.
Analogie e differenze nelle problematiche sociali in diverse epoche storiche vengono descritte da Pietro Di Lecce attraverso l’accostamento d’immagini tratte dalla cronaca recente e d’epoca. In esse l’artista denuncia la persistenza della miseria materiale, mai definitivamente arginata dall’ideale progressista, ed allude all’attuale mancanza di cooperazione sociale, indice di un peggioramento delle qualità morali. Ogni fotografia è elaborata digitalmente con la parziale sovrimpressione d’immagini spaziali che riportano all’ampiezza degli spazi cosmici, quindi alle potenzialità positive e rigenerative che resistono anche in momenti di particolare difficoltà.
Il rapporto tra cosmo e natura viene descritto da Pietro Di Lecce con un’installazione formata da una seta stampata con un cielo stellato e una lastra d’ottone dorato nella quale è stata incisa la parola “terra”. Il tessuto è sorretto da due bastoni come fosse il vessillo di un’umanità che vuole tornare a sognare un mondo migliore, mentre l’ottone riporta all’oro quale materiale dagli echi sia spirituali che materiali. Grazie alla concretezza fisica della sua preziosità, l’oro non è solo il simbolo del sacro e della stabilità della Tradizione, ma è anche l’unica certezza nell’isteria dell’economia globale. Ricongiungendo la terra alla dimensione siderale, si torna ad individuare in essa un riflesso della platonica musica delle sfere come indicato dalle parole di Ermete Trismegisto nella “Tavola Smeraldina”: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una”.

Andrea Lacarpia