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PAOLA ANGELINI - CLEFTIS
a cura di Andrea Lacarpia

dal 21 marzo al 12 aprile 2014

DIMORA ARTICA Milano

La modernità ha trasformato la cultura occidentale alterandone il rapporto con il tempo, in particolare dissociando l’esperienza umana dal flusso che congiunge passato e futuro. Il tempo del mito, dal quale attingere i valori da tramandare nel presente, è divenuto l’estraneo fardello con il quale il Novecento si è rapportato in una sorprendente alternanza di spinte distruttive e risoluti ritorni all’ordine. Tagliati i ponti con la storia, essa diviene una massa di nozioni da dimenticare o da custodire attraverso la museificazione, che ne preclude le possibilità rigenerative inserendola in un’inalterabile griglia interpretativa. Il passato si carica così di romantico esotismo, senza trovare corrispondenza in un mondo divenuto estraneo alla ciclicità dei ritmi naturali.
Con visionaria poeticità, Alberto Savinio ha esplorato le possibilità di un rinnovamento dei temi classici in seno all’avanguardia italiana della prima metà del Novecento, integrando citazioni dalla storia dell’arte con immagini tratte dal subconscio personale e collettivo, fuse in un’unica narrazione emergente dall'intuizione intellettiva, enigmatica anadioménon nella quale l’eroe può tornare ad essere personificazione della tensione tra libertà e necessità, a prescindere dalla collocazione temporale della narrazione. In uno dei propri racconti autobiografici, Savinio unisce passato e presente comparando i cleftis, patrioti greci che durante l’occupazione turca si opponevano al nemico nascosti sui monti della Tessaglia, ad Ulisse, eroe omerico noto per l’audacia con la quale aggirava anche i più gravi pericoli, dirottando gli eventi a proprio favore. La parola cleftis, in greco antico kleptes, letteralmente significa ladro, ma essa qui assume un carattere più ampio, trasformandosi in positiva allegoria della scaltrezza dei combattenti.

Con un’audacia paragonabile a quella dei briganti combattenti, Paola Angelini preleva l’immagine dell’opera “La battaglia dei centauri”, dipinta da Savinio nel 1930 e a sua volta forse ispirata ad un’opera di Giorgio De Chirico dal soggetto analogo, utilizzandola come pretesto figurativo per far emergere la propria pittura in una serie di nuove opere. Se Savinio trasforma l’immagine mitologica in un assemblaggio d’incongruenti forme geometriche e organiche, Paola Angelini ne riprende la bizzarra morfologia rinnovandola con pulsazioni di segni dal vivace cromatismo, attraverso i quali sembra descrivere la continuità del drammatico scontro, o tentativo di dialogo, tra l’incessante scorrere del tempo e l’intervento di un limite regolatore, nel quale il flusso trova il proprio argine.
La tela diviene campo di battaglia tra prassi e sperimentazione, nel quale l’immagine originaria, presa in prestito dalla storia dell’arte, viene sottoposta ad una palingenesi che ricompone la vitalità dell’immaginario mitologico esprimendosi con nuove forme. Pur partendo dall’interpretazione dello stesso soggetto, ogni dipinto ha una propria forte identità, come se la copia, svincolata dalla fedele riproduzione, fosse una nuova nascita dagli imprevedibili sviluppi. Da una matrice preesistente Paola Angelini genera nuovi mondi, sorta di diorami nei quali i segni del patrimonio genetico acquisito si contaminano con l’esperienza quotidiana del fare pittorico ed immaginativo, componendo assemblaggi che presentano nuove possibili realtà. L’artista si riappropria del presente metabolizzando la stratificazione delle tracce della storia che, da bloccanti norme di una lingua morta, tornano ad essere un linguaggio nel quale potersi riconoscere perché vivificato da una costante ridefinizione.
Andrea Lacarpia