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Parte della famiglia, 2012, dimensione ambiente.
Sei ritratti di cani di sei artisti differenti: Carlo Spiga, Patrizia Emma Scialpi, Irene Balia, Bruno Marrapodi, Giovanni Manunta Pastorello, Pasquale de Sensi.



Parte della famiglia, 2012, veduta dell'installazione a Villa Litta, Milano


Parte della famiglia, 2012, partcolare dell'installazione


Parte della famiglia, 2012, particolare dell'installazione


Piano di scrittura, 2012, ottone dorato, marmo verde del Guatemala, onice turco, 83,5 x 80 x 170 cm


Piano di scrittura, 2012, particolare dell'installazione

STEFANO SERUSI - NOVECENTO
a cura di Andrea Lacarpia

15 settembre - 29 settembre 2012
Biblioteca Affori Villa Litta - Milano


Mostra personale di Stefano Serusi

Organizzata e promossa da Biblioteca Affori e Arsprima, Milano

Nocecento, testo di Andrea Lacarpia
La nostalgia per un’età dell’oro perduta è uno dei temi fondamentali della letteratura settecentesca, che si rispecchia nelle rigorose rappresentazioni figurative e architettoniche del Neoclassicismo. Utilizzando le forme del passato vengono create nuove spettrali realtà, in un gioco nel quale il linguaggio preso in prestito da altre epoche e luoghi si spoglia dell’originaria struttura concettuale, mantenendone solo l’epidermide. L’illusione di un ordine sociale superiore è ricreata attraverso le sue manifestazioni esteriori, riprese dal passato e trasposte nel presente con il fine di educare l’uomo ad un nuovo stile di vita. La mente viene proiettata in uno spazio tempo differente da quello ordinario, in una rêverie teatrale dove la finzione diviene la nuova realtà. Nel Neoclassicismo quindi l’arte non è percepita come l’espressione della propria epoca, ma come la creatrice della realtà a venire: non è il contenuto a determinare la forma, ma è la forma
ad anticipare il contenuto. Le modalità e le utopie del Neoclassicismo vengono riprese nel 1900, in particolare nello stile Novecento, tipico dell’Italia anni ‘30, nel quale gli elementi portanti della classicità, spesso ingigantiti e modificati, sono ripresi con fini decorativi. In particolare l’architetto milanese Piero Portaluppi sviluppa uno stile nel quale le forme del Modernismo più radicale si rivestono di vari elementi tipici del passato, come le colonne, gli archi e gli obelischi, con un gusto per l’utilizzo di materiali preziosi nei dettagli e nei rivestimenti, come i pregiati marmi colorati e l’ottone. L’assottigliamento del confine tra realtà vera e simulata resta centrale oggi: in un mondo percepito in modo sempre più frammentato, nel quale le informazioni corrono veloci fino a diventare istantanee, la finzione è sempre più anticipatrice della realtà concreta, anzi si sostituisce direttamente ad essa, in un rinnovamento costante delle forme, che vanno a determinare gli stili di vita attraverso la comunicazione mediatica.

L’opera di Stefano Serusi è incentrata sulla creazione di sofisticate simulazioni narrative, che vanno a formare come delle quinte sceniche, nelle quali l’identità personale si mimetizza immergendosi in luoghi e tempi altri, come protagonista di uno spettacolo teatrale, nel quale il racconto si svolge con un’accentuata drammatizzazione dei toni. L’artista utilizza un intreccio di frammenti e suggestioni, tratte da fonti diverse, unite insieme con la coerenza logica tipica del ricercatore dall’attitudine analitica, quasi scientifica, abbinata ad una volontaria conformazione all’ideale romantico di evasione dalla quotidianità, anche quando l’argomento trattato è proprio la dimensione domestica. La passione di Stefano Serusi per i plastici, per la ricreazione di porzioni di ambienti domestici all’interno di spazi più grandi e, talvolta, per l’utilizzo nei propri allestimenti di opere create da altri artisti, denuncia la volontà di trasporre dei luoghi, preesistenti o ricreati, in altri spazi fisici, rendendo evidente la finzione dell’operazione e creando così nello spettatore un efficace sfasamento spazio temporale. Gli interventi dell’artista sono spesso minimi, mimetizzati nello spazio che li ospita, come a voler ribadire che la funzione concettuale dell’operazione, il processo che ne porta alla realizzazione e la sua contestualizzazione nello spazio, formano un tutt’uno con l’oggetto in sé.

Il progetto Novecento si è sviluppato come un percorso nel quale è stata fondamentale la ricerca attuata dall’artista nei mesi precedenti alla mostra, a partire dalla visita delle dimore storiche dell’area milanese, scelte tra quelle in cui appare chiara la volontà di conservare o ricreare gli arredi originali in memoria di chi le ha abitate. La presenza di chi è scomparso permane attraverso gli oggetti che furono parte della sua vita, in una cristallizzazione del passato tra realtà e finzione, presenza e assenza. Si parte dalla casa di Lalla Romano, scrittrice scomparsa nel 2001, nella quale tutto, dai libri agli oggetti più personali, viene conservato con amorevole cura, e dove si può assistere a una visita guidata con tanto di letture di poesie e aneddoti, passando per la stanza da letto di Alda Merini, ricreata con gli oggetti che furono suoi, in un luogo diverso rispetto a quello che era la sua casa vera, per arrivare alla sontuosa casa Boschi Di Stefano, dimora di una coppia di collezionisti che ha donato al comune la propria collezione di opere che attraversa praticamente tutto il Novecento italiano, in un edificio progettato dall’architetto Portaluppi, con arredi in gran parte ricomposti. Il percorso confluisce in Villa Litta Modignani, edificio costruito nel ‘600 ma completato in gran parte nel ‘700, nel quale sono pochi i frammenti che riportano alla vita domestica di un tempo, come la cappella affrescata utilizzata in origine come luogo di preghiera della famiglia. Gli spazi di Villa Litta Modignani ospitano le opere che l’artista ha pensato appositamente per rievocare la dimensione domestica della dimora, ma in maniera apertamente artefatta. Si tratta di due interventi che coinvolgono due spazi differenti: l’installazione Parte della famiglia e il mobile - scultura Piano di Scrittura. L’installazione Parte della famiglia consiste nell’affastellamento di alcuni dipinti posti sopra la cornice del monumentale camino in marmo nel Salone delle Arti, che ritraggono cani su fondo naturalistico o astratto, dipinti da artisti differenti (Irene Balia, Pasquale De Sensi, Bruno Marrapodi, Pastorello, Patrizia Emma Scialpi, Carlo Spiga). L’operazione riporta all’abitudine di far ritrarre il proprio cane per mantenerne un ricordo in casa, accentuata dalla disposizione dei dipinti in modo casuale come se fossero disposti sulla mensola di una casa moderna. Il cane come esempio di mondo naturale addomesticato, dal momento in cui viene fatto rientrare nel mondo della civiltà umana, con le sue forme e le sue regole, diviene collegamento tra ambiente esterno “naturale” e ambiente domestico “formale”. La tensione tra resa e aggressività del cane, fedele e remissivo nei confronti del padrone, ma allo stesso tempo pronto ad attaccare per difenderlo, può anche essere vista come il simbolo della civiltà umana, tra istinti naturali e repressione degli stessi. Seppur l’installazione sia in parte ispirata all’abitudine settecentesca di ritrarre i cani, in particolare al pittore inglese George Stubbs, le differenze stilistiche tra i vari ritratti utilizzati, dall’evidente contemporaneità, fanno sì che si venga proiettati in un’epoca indefinita, nella quale attualità e citazioni dal passato si fondono in un’unica narrazione per immagini. La teatralità dell’architettura portaluppiana, tesa tra il rigore formale dell’insieme e la preziosità dei particolari, ispira all'artista “Piano di Scrittura”, un’esile struttura in ottone sulla quale sono poste due lastre di marmo dalle colorazioni differenti, rosa e verde, a formare una sorta di monumento alla scrittura, un altare dedicato all’atto creativo visto come un’attività sacra, totalmente priva di interessi personali ma indirizzata al bene comune, come nella retorica del lavoro tipica del Modernismo. L’opera si presenta nella sua essenzialità, senza materiali utili alla scrittura, come si trattasse di un mobile ereditato, la cui inattualità ne impedisce un uso reale. La presenza simbolica e non funzionale dell’opera è confermata anche dalla collocazione all’interno del luogo che è stato di preghiera. La visione del lavoro come atto d’amore nei confronti di Dio, permane anche in epoche non religiose, nelle quali alla figura divina viene sostituita una visione idealizzata dell’umanità come organismo unitario, al quale i singoli individui prestano servizio. Immergendosi nell’attività letteraria, inventando storie e visioni, si viene trasportati in una dimensione diversa da quella contingente, nella quale la fisicità perde peso, come nel mondo mistico. La tendenza alla smaterializzazione, attraverso la mimetizzazione in un racconto immaginario, permea tutta la ricerca di Stefano Serusi. Non a caso Villa Litta Modignani, luogo fortemente voluto dall’artista per la mostra, è attualmente adibita a biblioteca pubblica: pur essendo incorporee, le parole costruiscono la realtà, inventandola.

Andrea Lacarpia