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CARLO SPIGA - MAKIKA
a cura di Andrea Lacarpia

1 dicembre 2012 - 31 gennaio 2013
Galleria CART, Monza


mostra personale di Carlo Spiga


Makika
, testo di Andrea Lacarpia

Portare la coscienza al passato, ai propri antenati e alle tradizioni ad essi collegate è divenuta impresa ardua, dopo secoli di cieca fiducia nella ragione che, guardando all'evoluzione in termini di praticità, è sempre volta al progresso. Il rifiuto del passato, accompagnando la società dei consumi e dell'economia di mercato, ha fatto in modo che si rompesse il collegamento tra l'uomo e la dimensione trascendente, mistica e irrazionale, in favore di un'ideologia legata alle oscillazioni dei valori economici. Secondo Jung le patologie psichiche dell'uomo moderno sono in gran parte dovute alla rimozione della dimensione spirituale che, dal punto di vista psicologico, è sublimazione della libido tradotta negli archetipi dell'immaginario simbolico: quando la cieca fiducia nei confronti della ragione diminuisce, fioriscono i tentativi di ristabilire il contatto con la spiritualità, evitando i codici religiosi e recuperando l'aspetto mistico delle origini.

Le rivoluzioni degli anni sessanta del Novecento hanno alimentato un diffuso interesse nei confronti delle esperienze mistiche, collegate all'utilizzo di sostanze psicotrope, dirette e non mediate da dogmi religiosi o ispirate da antiche tradizioni sopravissute in Asia e Sudamerica, visti come luoghi non ancora travolti da istanze consumistiche. Se in quel momento storico era messa in discussione la morale di una società dipendente dall'industrializzazione attraverso meccanismi più o meno occulti, oggi la presa di coscienza della fine del sistema capitalista, passato dalla produzione alla speculazione finanziaria tout court, ha rimesso in gioco le regole sociali stimolando la riscoperta dell'interiorità e dei valori immateriali. Come fu nelle avanguardie e nelle neoavanguardie del Novecento, in questo clima molte esperienze artistiche sembrano voler ribadire la propria indipendenza da ogni scambio razionale prestabilito, aprendosi alla sperimentazione senza le proteste dagli evidenti intenti sociali proprie delle generazioni precendenti, in una dimensione raccolta e rallentata.


Nella sua ricerca Carlo Spiga rilegge diverse forme della tradizione, intesa come trasmissione di un'eredità culturale, accostando e amalgamando contemporaneamente situazioni attuali o lontane nello spazio e nel tempo. Elemento ricorrente è il suono utilizzato per accedere ad una dimensione rarefatta, uno stato trascendentale che l'artista rileva nei riti di popolazioni remote, in cui si tramandano usanze ricorrenti, ma anche e soprattutto in alcuni aspetti della quotidianità dell'uomo occidentale, nei quali sopravvive la civiltà popolare che ha anticipato l'avvento della modernità.

La vita nei paesi Sardi meno noti e lontani dal folkclore turistico, nei quali è facile vedere gli scorci d'edilizia spontanea e disadorna che è stata recentemente oggetto di ironica catalogazione con la definizione di non finito sardo, ispira la prima installazione nella quale l'artista simula un piccolo giardino domestico, rustico e sacro nello stesso tempo. Due basse pareti ad angolo, formate da mattoni forati sovrapposti, creano una zona appartata che invita a fermarsi, all'interno della quale è posta una piccola colonna formata da vari elementi di recupero sovrapposti: una cassa per il trasporto delle bottiglie in vetro di una ditta scomparsa omonima dell'artista, sopra alla quale più cuscini foderati con tessuti decorati suggeriscono un possibile utilizzo come sedute. Nel riuso e adattamento, propri della casualità che l'artista sembra elevare a stile, è evidente la volontà di suggerire il clima delle feste di paese, nelle quali l'abolizione di una forma prestabilita porta all'estrema caratterizzazione del rito e della sua partecipazione, in cui portare una sedia da casa risulta uno dei segnali più ricorrenti.

Volendosi sedere per terra, si possono osservare da vicino le opere della serie They Live!, posizionate sulle pareti provvisorie in modo da suggerire masse di vegetazione spontanea. Ogni opera di questa serie è formata da innumerevoli e sottili sagome umane senza testa, ritagliate da riviste e tenute precariamente insieme da elementi di recupero ogni volta differenti, come parti di legno o di plastica, che aggiungono una forza scultorea. Il rumore visivo della società dell'immagine viene trasformato dall'artista in forme arborescenti senza identità, variopinte ed effimere come decorazioni nelle feste paesane. La fusione di attualità e tradizione, nell'angolo di un piccolo paradiso personale, viene accentuata dai suoni diffusi: classici di Death e Black Metal rielaborati in sonorità acustiche simili ai toni grezzi e conviviali del canto a chitarra sardo. Gli echi epici del Metal incontrano la musica popolare, con la quale hanno in comune i suoni cavernosi e ripetitivi tipici del linguaggio musicale arcaico che accompagna festeggiamenti ed evasioni dalle incombenze della quotidianità.

Il suono è elemento centrale anche della seconda installazione, costituita da un aspirapolvere posto in piedi su un podio decorato come gli edifici sacri dell'Asia centrale. Data la posizione ieratica all'interno della sala, nonostante la familiarità dell'elettrodomestico prodotto in serie, l'installazione assume una valenza totemica.

L'aspirapolvere, collegato a un modulatore che riduce l'apporto di energia elettrica, e attivato da un sensore, produce una melodia simile all'antico canto difonico kargyraa, arm
onia vocale ottenuta con una particolare tecnica, tramandata ancora oggi nella repubblica centroasiatica di T
üva come strumento preferenziale per la comunicazione con gli spiriti della natura. Il rumore dell'oggetto in funzione, conosciuto come uno dei più fastidiosi della nostra quotidianità, trasformato mediante un semplice rallentamento, diventa un canto sacro che immerge in uno spazio contemplativo, inaspettatamente ottenuto attraverso uno dei più noti simboli della civiltà dei consumi.

La ricerca dell'armonia in una dimensione intimista e quieta accompagna Carlo Spiga in ogni viaggio, reale o immaginario, intrapreso sempre con Makika, la chitarra acquistata in un mercatino e battezzata con lo stesso nome di uno storico tossicodipendente di Sestu, città dove l'artista è nato, portando costantemente con sè una porzione di leggenda paesana, come un giardino interiore da tramandare e proteggere.


Andrea Lacarpia