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Angels mediacl center, 2012, tecnica mista su tavola, 50x50cm


L'anno del grande caldo. La domenica mattina di Walter e del suo fedele amico Tyson, 2012, olio su tela, 150x220cm


Sunday family, 2012, tecnica mista su tavola, 50x50cm


Week-end a casa di zio Eddie, 2012, tecnica mista su tavola, 50x50cm

BRUNO MARRAPODI - IL SORRISO DELLA BESTIA
Testo critico di Andrea Lacarpia
(mostra collettiva Paràdeigma, a cura di Alessandro Trabucco
)

9 giugno - 31 luglio 2012
Romberg Arte Contemporanea - Latina




Il sorriso della bestia
, testo di Andrea Lacarpia

Quando si legge la biografia di un autore, un passaggio che stimola particolarmente la nostra curiosità è quello nel quale il protagonista si rende conto che è un artista, iniziando così un percorso cosciente nel campo della creatività. La psicanalisi classica legge la vita come un percorso la cui direzione è determinata da accadimenti e traumi vissuti durante l'infanzia, relegando tutto agli influssi famigliari. Seguendo la prassi freudiana quindi potremmo ridurre il fare artistico ad una reazione a delle particolari influenze esterne, senza prendere in esame la possibilità di un destino più forte di ogni contingenza. Nel tempo, l'analisi della psiche si è aperta ad altre letture, includendo la possibilità di una predeterminazione del carattere. In particolare James Hillman ha attuato una revisione della psicanalisi basandosi sull'interpretazione della vita come adattamento ad un innato modello interiore, costantemente integro nonostante gli avvenimenti esterni. Nella visione di Hillman rivive il daimon platonico, la voce interiore che indica quel che è più giusto fare nei momenti difficili, la voce dell'io più autentico, unico e irripetibile. Il daimon è il proprio paradigma, il modello al quale l'io tende a conformarsi in un dialogo ininterrotto che forma la traccia della nostra evoluzione personale, tra autenticità e influenze esterne.

Oggi l'essere artisti, ma anche qualunque altra vocazione e inclinazione, può tornare ad essere espressione di un'attitudine donata dal fato, spazzando via l'immagine dell'artista problematico per un passato difficile, oppure l'ancora peggiore figura del "figlio d'arte", frutto di una visione bottegaia più adatta all'artigianato che alla ricerca artistica vera e propria. La scelta di utilizzare la pittura come proprio mezzo espressivo è anch'essa la risposta ad un eco proveniente dal profondo, tuttavia non si può affermare che pittori si nasce: pittori lo si diventa attraverso lunghi dialoghi ed accese discussioni, intraprese con il daimon interiore. Un percorso che conduce alla "propria pittura" come riflesso di ciò che si è veramente.


Ciò che più mi ha colpito nella pittura di Bruno Marrapodi è il suo essere conforme solo ad uno schema totalmente personale, un modello unico nel quale ogni accostamento con altre prassi pittoriche, con le quali a prima vista può essere omologato, non fa altro che rafforzare la propria autenticità. I colori ammiccanti e piacevoli, se da altri artisti solitamente vengono utilizzati per avvicinare un pubblico popolare, nelle opere di Marrapodi vanno invece a potenziare la vertigine provocata dal flusso di forme e linee sinuose che inondano tutte le sue rappresentazioni pittoriche. I soggetti, di solito paesaggi, sono permeati da un'atmosfera densa, rappresentata da forme tondeggianti che riempiono tutto il campo visivo come in uno psichedelico viaggio provocato da allucinogeni. Ci si perde in un vortice nel quale non esiste un centro: una realtà dove non esiste certezza ma solo un continuo ondeggiare. La profondità prospettica viene abolita in favore di un affastellamento di campiture bidimensionali, tra le quali l'artista inserisce o evoca presenze umane: persone ambigue e poco rispettabili nonostante l'apparente normalità.

L'attitudine narrativa e la passione per i racconti noir porta spesso Marrapodi a rappresentare degli ambienti che riportano al mondo del crimine: dimore dove hanno vissuto famosi killer, luoghi nei quali sono stati commessi dei delitti e ospedali dove hanno lavorato sinistri "dottor morte" sono tra i soggetti preferiti dall'artista. Luoghi rappresentati in un modo talmente teatrale da far diventare curiosamente bizzarri anche i più angoscianti luoghi del delitto. D'altronde il daimon può anche essere un demone malvagio: i dipinti di Marrapodi, narrano di queste personalità borderline, senza manifestare intenti morali, ma descrivendone le ambiguità tra vita ordinaria e follia omicida. L'apparente normalità della vita altrui può nascondere stranezze e perversioni, come una piazza, apparentemente tranquilla, può essere lo scenario di loschi traffici consumati quotidianamente nella generale indifferenza. La pittura ben si presta alla rappresentazione dell'ambiguità del reale: come la percezione dell'ambiente esterno e dei fatti che accadono è sempre tinta da una colorazione soggettiva, i dipinti di Marrapodi interpretano in modo personale la realtà vissuta. Colori e forme vengono liberamente falsificati dall'artista, mantenendosi costantemente in bilico tra narrazione di luoghi concreti e totale invenzione dell'immagine. Il mondo, infatti, esiste in tutti i modi nei quali lo immaginiamo, e la pittura crea mondi paralleli altrettanto concreti.