LA DIMORA ARTICA viaggio verso il luogo dell'origine
a cura di Andrea Lacarpia

30 aprile - 4 giugno 2011
Galleria delle Battaglie - Brescia


Artisti:Stefano Abbiati, Marco Carli Rossi, Marco Cassani, Bruno Marrapodi


La Dimora Artica, viaggio verso il luogo dell'origine, testo di Andrea Lacarpia

Viaggio verso il luogo dell’origine

Un viaggio è, ridotto ai minimi termini, un movimento da un punto a un altro nello spazio svolto in un tempo più o meno lungo.
Il viaggio quindi può essere visto come una misurazione del tempo attraverso lo spostamento materiale nello spazio fisico.
Si tratterebbe di una misurazione del tempo in senso lineare, in cui c’è un prima e un successivo dopo e nel quale la coscienza del presente è illusoria perché già legata a un momento passato, ma c’è anche un altro tipo di viaggio…
Se il viaggio fosse finalizzato al ritrovamento del mitico luogo dove ebbe origine la civiltà umana e dove essa ha mantenuto intatta una perfezione ideale, l’atto in questione non sarebbe più solo un mero spostamento da un punto a un altro nello spazio fisico, ma diverrebbe un viaggio verso il prezioso ritrovamento della condizione atemporale della coscienza pura, l’energia primordiale che espandendosi come un albero in ramificazioni aumenta sì la propria massa ma nello stesso tempo frammentando e moltiplicando i rami disperde il fuoco centrale.
Il viaggio verso il luogo dell’origine assume così una connotazione simbolica, è la rappresentazione esteriore di un processo interiore, la ricerca del centro dell’essere, il Dio interiore che nascosto dai veli dell’illusione assume mille volti erronei per rivelarsi a chi lo cerca solo dopo innumerevoli sforzi e fallimenti.
Dopo tanta fatica l’essenza divina si manifesta improvvisamente in chi la ricerca con tanta tenacia e in genere, sia se il viaggiatore è l’eroe della mitologia o l’adepto dell’esoterismo o il mistico, si rivela come una nuova coscienza della realtà per quella che è: una danza infinita dal senso inesprimibile con le parole, in cui tutto è un meraviglioso miracolo.
Nella storia il viaggio simbolico verso l’essenza dell’esistenza è spesso stato efficacemente descritto: l’Odissea di Omero, la Divina Commedia di Dante, il Battello Ebbro di Arthur Rimbaud, l’Ulisse di James Joyce, 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick e la Montagna Sacra di Alejandro Jodorowsky, per fare solo alcuni esempi.
Sono anche tante le opere che non descrivono un viaggio vero e proprio ma che sono comunque il risultato di traversate compiute dall’artista nei mondi paralleli degli stati di coscienza più profondi e oggettivati in immagini, suoni o parole.
In ambito esoterico è diffusa l’ipotesi dell’esistenza di un reale luogo nel globo terrestre dove ha avuto origine la coscienza umana e dove risiedono degli uomini immortali dall’immensa sapienza.
Madame Helena Petrovna Blavatsky, occultista vissuta tra il 1800 e il 1900 e fondatrice della Società Teosofica, individuò tale luogo nelle alture del Tibet, dove abiterebbero i Maestri della Fratellanza Bianca che la ispirarono telepaticamente nella stesura dei suoi innumerevoli testi esoterici.

Nello stesso periodo in cui visse Madame Blavatsky, il professore indiano Bal Gangadhar Tilak, detto il “Lokamanya”, scrisse “La Dimora Artica nei Veda”, uno dei testi fondamentali della letteratura tradizionale.
L’autore di questo libro, uno dei più eminenti personaggi indù tra il XIX e il XX secolo, dopo esser stato docente a Cambridge tornò in patria dove fu uno dei padri dell’indipendenza indiana.
Nel testo Bal Gangadhar Tilak, attraverso una minuziosa ed erudita interpretazione dei Veda e degli altri testi sacerdotali dell’India, riscontra numerose e precise indicazioni del fatto che gli antenati degli Arii, invasori dell’India, abbiano vissuto in origine all’interno del Circolo Polare Artico.
Tale ipotesi che individua l’origine degli Arii in prossimità del polo può essere facilmente collegata all’esistenza, in tali latitudini estreme, del fenomeno del sole che non tramonta mai per tutta l’estate, e quindi al millenario culto solare di Mithra, divinità antichissima diffusa in gran parte del mondo antico, dall’India al Mediterraneo, e in parte ispiratrice del Cristianesimo durante la prima diffusione della nuova religione nell’Impero Romano, quindi un luogo dell’origine più simbolico che reale… il sole come simbolo del padre.
Durante il Terzo Reich riemerse la convinzione che gli arii ebbero realmente origine in un continente in prossimità del polo nord poi sommerso come Atlantide e ricreato in gallerie sotterranee sotto la catena dell’Himalaya, dove i suoi abitanti, dalle facoltà superiori agli uomini comuni, si rifugiarono e da dove iniziarono a influenzare le vicende umane degli uomini che vivono sulla superficie terrestre.
Furono compiute due grandi spedizioni in Himalaya per trovare l’entrata di questo luogo leggendario, chiamato Agarthi.
L’ipotesi dell’esistenza di mondi abitati sconosciuti in prossimità dei poli è confermata dalle ricerche di vari esploratori nel corso della seconda metà del novecento, in particolare l'Ammiraglio Byrd annotò in un diario segreto di aver visitato una città e incontrato il Maestro di tale civiltà superiore durante un’esplorazione aerea della superficie antartica.
Nel 1968 fu lanciata in orbita una sonda meteorologica dotata di telecamere che rilevò sulla superficie del polo nord la presenza di un foro oscuro nel ghiaccio, la cui apertura aumentava sempre di più e in modo dinamico, fino a raggiungere la dimensione approssimativa di 2300 Km di diametro, per poi rendersi evanescente scomparendo, forse una porta aperta su altre dimensioni…

 

Arte è arte

La differenza sostanziale tra l’arte immortale e l’arte effimera sta nella proprietà della prima di comunicare se stessa (e quindi esistere) al di là della particolare epoca storica nella quale viene prodotta.
Esistono creazioni dell’ingegno e dell’immaginazione che non conoscono deperimento sostanziale, esse nascono grazie a una miracolosa condizione metafisica eccezionale, uno stato di grazia in cui il gesto creativo ha origine nella coscienza istintiva dell’artista, una sorta di condizione mistica che ha del miracoloso nella sua semplicità essenziale.
Tali opere sono state prodotte dall’artefice senza il presuntuoso fine di rispecchiare o interpretare la propria epoca, ma nascono semplicemente per esistere felicemente nel mondo… come un figlio felice perché libero dalle catene dell’individuazione con chi l’ha generato fisicamente.
Chi è coraggiosamente se stesso al di là dei condizionamenti della società in cui nasce, sorprendentemente si rapporterà a tale società con maggior efficacia e farà parte di essa in modo organico, senza divisioni o unioni forzate, con naturalezza.
L’uomo è un essere sociale, ma è anche vero che ogni uomo è un pianeta a sé, unico e irripetibile, quindi una società sana è quella che tutela le differenze, quella che non uniforma le persone come se fossero tutte uguali.
Nel segno dell’uguaglianza sono state fatte e si fanno bestialità che sono viste erroneamente come segno di civilizzazione, ma che stanno portando l’umanità verso una sempre più profonda alienazione.
Esempi evidenti di quanto è nociva la livellazione sociale, pianificata dai burocrati di ieri e di oggi, sono la scuola dell’obbligo e la meccanica partecipazione dei cittadini alla vita politica attraverso il voto: la scuola è uguale per tutti senza tener conto delle personali inclinazioni degli studenti, che si vorrebbe forgiare come automi specializzati in tutto, e il suffragio universale fa sì che vengano eletti con regolari elezioni dei rappresentanti del popolo che non hanno alcuna qualità oltre a quella di essere dei gran simpaticoni.
Non tutti i bambini e gli adolescenti sono adatti al tipo d’insegnamento standardizzato delle scuole e non tutti gli elettori sono in grado di saper scegliere l’individuo o lo schieramento politico che possa degnamente rappresentarli.
Come ogni uomo è diverso da un altro, anche le opere d’arte sono profondamente diverse le une dalle altre.
Ci sono artisti che utilizzano nei propri manufatti le immagini dalla realtà popolare del proprio tempo, ottenendo opere che pur apparendo intensamente comunicative nel loro dialogare con la stessa realtà popolare dalla quale attingono, risultano essere superficiali in quanto figlie di un’epoca nella quale la più diffusa visione del mondo è all’insegna dell’assenza di senso, vuota nel suo essere priva di una qualche dirittura morale.
Come questi artisti prelevano i loro temi dal “basso”, ovvero dal contesto uniforme e prevedibile del popolare, per rimetterli in circolo sempre nello stesso ambiente “basso”, ci sono anche artisti, oggi come in ogni epoca, che invece prelevano “dall’alto” della coscienza superiore o intellettualità pura, tradotta in semplice e dirompente bellezza, per portare a chi saprà riceverla una positiva espansione di coscienza.
L’artista in un certo senso simbolico si fa così portatore di luce nelle tenebre, percorrendo la strada dell’incertezza razionale scopre i paradisi della bellezza senza tempo che ruotando sul proprio asse è nello stesso tempo motore immobile e organismo vivente, coscienza immortale e corpo mortale.
La condizione ideale per far sì che lo spettatore possa fruire correttamente di un’opera d’arte è quella di ricezione passiva, una contemplazione silenziosa vicina al misticismo.
L’attuale modo convenzionale di presentare le opere d’arte contemporanea, in primis il solito noioso testo critico di accompagnamento alle opere in mostra, è invece portatore di fraintendimenti e fuorvianti letture pilotate delle opere.
Appena l’opera viene decodificata attraverso le parole, se ne snatura l’originaria essenza metafisica per spostare l’attenzione dello spettatore su questioni intellettuali e disquisizioni filosofiche legate alle idee individuali, abilmente supportate dalle nozioni che meglio si possono abbinare a queste idee personali.
Il testo critico, che solitamente accompagna le opere di uno o più artisti in un’esposizione, generalmente è strutturato in modo da avvicinare il pubblico a una comprensione razionale delle opere: un fiume di nozioni, solitamente prelevate dalla storia dell’arte e dalla filosofia, vengono abbinate a una descrizione delle opere dell’artista esposto, in modo da legittimarle in un sistema di considerazioni pseudo - storiche.
In tal modo il testo critico non fa altro che indottrinare il pubblico in una direzione prestabilita, che preferisce il ruolo storico-sociale dell’arte a scapito della pura contemplazione dell’opera.
L’effetto di tale trattamento che è stato destinato all’arte è il generale convincimento del pubblico che la creazione artistica debba essere testimone del tempo in cui viene prodotta, rappresentando in sé le particolarità della società in cui è concepita.
Dall’avvento dell’epoca moderna il metodo di lettura dell’arte fa luce solo sugli aspetti storici di essa e lo si può avvicinare, per similitudine, all’approccio scientifico nell’archeologia.
Le incisioni rupestri con scene di caccia, per esempio, in tal modo perdono tutta la magia originaria di rituali propiziatori per diventare semplicemente documenti sul come gli uomini si procuravano il cibo in epoche preistoriche.
Il testo critico può sì essere positivamente ed efficacemente strumento di battaglia culturale, ma deve essere considerato come un’opera a sé stante, un testo letterario o poetico che può contribuire a far avvicinare il pubblico all’opera di uno o più artisti, senza fornirne una chiave di lettura preconfezionata.
Il critico è un artista e l’artista è un critico, la differenza sta solo nel mezzo utilizzato per creare l’opera, manufatto o testo letterario, sempre di opere immaginative si tratta!
L’arte oggi può e deve rivendicare con forza la sua essenza poetica e divincolarsi dal ruolo di testimone dell’epoca in cui viene prodotta che le hanno imposto i burocrati borghesi in virtù di una modernità livellante, per tornare alla dimensione senza tempo che le è propria, quell’eterno presente che avvicina l’uomo alla dimensione assoluta della pura contemplazione.

 

Diario di viaggio

Conobbi Stefano Abbiati nel 2004, nella galleria dove ha esposto per le prime volte le proprie opere: energici dipinti materici in bianco e nero, apparentemente astratti anche se all’interno delle sciabolate di colore e calce c’era come un brulicare d’individui resi con pochi graffi.
Da allora ho visto i progressivi cambiamenti delle sue opere, che esaltano sempre più la particolare sensibilità dell’autore nel rendere la luce e le ombre, semplificando le masse delle figure e in genere dei soggetti rappresentati.
In particolare i volti ritratti assumono, per maestria e sensibilità nel disegno, un’espressività sorprendentemente vitale, abbinata a una sempre attenta ricerca iconografica per la scelta dei soggetti.
Negli ultimi lavori su tavola Abbiati, non pago di rappresentare i soggetti nella loro vitalità fisica, sembra voler rappresentare anche i “corpi sottili” di tali figure che sembrano emergere da altre dimensioni, come misteriose impressioni fotografiche di spettri.
Ho sempre avuto l’impressione che la forza della pittura di Abbiati stia nel suo essere nello stesso tempo affermazione e negazione della materia, oscillando tra libertà del gesto e rigido controllo inquisitorio della forma.
Nel 2007 feci conoscenza con Marco Carli Rossi, anno in cui vidi per la prima volta delle sue opere: degli aggressivi collage formati da brandelli di carta dipinta che formavano dei grotteschi ritratti di persone reali.
Fui subito colpito dalla sua personalità fuori dagli schemi, dalla quale emerge una creatività aggressiva che si rispecchia pienamente nelle sue opere.
Dopo un soggiorno berlinese Carli Rossi tornò in Italia con dei sorprendenti e originali nuovi lavori, ottenuti con piccole e multicolori macchie d’acquarello che vanno a formare degli esseri tra l’animale e il vegetale, recentemente innestati in bizzarri paesaggi postdiluviani che rivelano la bellezza del millenario mondo minerale e che riportano a una condizione spirituale mondata dalla corruttrice presenza umana.
Conosco Marco Cassani dal 2004 circa, il quale vive da anni a Bali in Indonesia.
Ne apprezzavo già la tecnica, sempre vibrante di luce per la particolare divisione della superficie pittorica, costituita da piccoli punti di colore trattato con strumenti inconsueti come la penna bic utilizzata come spatola, ma nei suoi ultimi lavori mi pare di vedere una consistente maturazione nell’efficace gestione di diverse tecniche pittoriche, anche nel medesimo dipinto, e nell’elaborazione di fantasiosi soggetti che rappresentano visionari mondi paralleli in cui lo spettatore è avvolto, accolto e invogliato ad avvicinarsi per scoprire inediti particolari dei quali i dipinti sono ricchi.
Nell’ultimo anno ho conosciuto Bruno Marrapodi, del quale ho visto casualmente le immagini delle opere su internet, dipinti che mi hanno subito colpito perché mi ricordano le forme di luce colorata presenti nella "luce astrale" che si forma intorno agli uomini, visibile dai veggenti, che ho visto nelle tavole illustrate di alcuni testi di teosofia.
Le opere di Marrapodi risultano essere dirompenti nel loro essere sfacciatamente e felicemente multicolori.
Delle immagini di luoghi o persone reali vengono scelte e stravolte dall’artista che le utilizza solo come pretesto iniziale per far sì che poi emerga la sua sensibilità colorista.
I piani prospettici sono appiattiti come in un mosaico dalle sinuosità neoliberty, appagante e sensuale nella sua marcata irrealtà, dove gli occhi dello spettatore possono viaggiare instancabili su tutta la superficie pittorica, che sembra condurli in un movimento veloce su di essa, come immersi in un originario paradiso perduto alimentato dai vibranti colori, puri e luminosi, scaturiti dall’altrettanto puro desiderio di esistere nel mondo.

 

Andrea Lacarpia